La patria è adesso

Tradotto da Monica Monicardi

Quando Otto Pérez Molina vinse le elezioni, pensai che il Guatemala avesse toccato il fondo, una società che non è riuscita a processarlo per i crimini contro l’umanità lo stava portando alla presidenza, quella fu una pugnalata alla schiena ai famigliari delle vittime ed una mancanza alla Memoria Storica alla dignità, di per sé.

Noi abbiamo dovuto attutire il colpo nel sapere in che modo la giustizia iniziò a sbuffare, una giustizia malandata, infangata, scomparsa, sepolta nella fossa comune che esiste nella storia del Guatemala. Una macchia con il viso di bambini che muoiono di fame, di bambine violate nel più puro del suo essere, di contadini e braccianti sfruttati storicamente. Migliaia di migranti che nello sradicamento del esodo ed il sacrificio della spedizione, sognano di tornare alla patria che li ha cacciati. Sigue leyendo

Incrollabile

Tradotto da Monica Monicardi

Sempre, se decidiamo di seguire i nostri sogni, quello che ci rende felici, incontreremo delle opposizioni, nella famiglia, negli amici, nella società e nel sistema. Dai   modelli di educazione, dagli stereotipi, dall’ignoranza o semplicemente dall’imposizione.   Il nostro unico strumento per difenderci è la resistenza: resistere, resistere, resistere fino all’ultimo giorno. Sigue leyendo

Ilka Oliva Corado – E adesso, Riforma Migratoria

Tradotto da Alessandra Riccio, Nostramerica 

Mi dispiace dire che non mi commuove per niente il fatto che sia cancellato il programma DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) che beneficiava i “Sognatori” (Dreamers). Anche se da ora in poi potrebbe trasformarsi in una legge che permetterebbe loro la residenza permanente nel caso che il Congresso legiferi a loro favore. Oppure potrebbero diventare deportabili come lo siamo noi paria. Sigue leyendo

Bambini, bambine e adolescenti migranti: carne da macello

Tradotto da Monica Monicardi

 Nel 2014, Obama uscì con le sue undici pecore per un comunicato stampa  con urgenza, era al principio dell’estate; parlò di una crisi di bambini migranti che viaggiavano soli verso gli Stati Uniti alla ricerca dei loro genitori o per sfuggire dalla violenza nel loro paese d’origine. Naturalmente, non si parlava della violenza istituzionalizzata, si riferiva ai marasmi, come cricche criminali. La “crisi”  come lui l’ha chiamata, ha più di 20 anni, ed è diventato urgente da allora. Sigue leyendo

Il giorno che ho saputo che non ero povera

Tradotto da Monica Monicardi

Erano i primi giorni degli anni novanta e Ciudad Peronia cominciava a riempirsi di baracche, di gente che arrivava da altri sobborghi e dall’occidente del paese ad occupare il settore che adesso si conosce come El Mirador. Quelli erano boschi, strade di talpetate e un mercato all’aria aperta, un terreno dove i venditori gettano i sacchi e le scatole di cartone perché possano usarle come tavola per vendere la loro merce.

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Generazioni sconfitte

Tradotto da Monica Monicardi

L’America Latina, con i suoi multicolori, la sua fecondità, i suoi Popoli d’Origine i suoi martiri, è una terra di contraddizioni, tra queste le generazioni sconfitte; agiate all’ombra della sfacciataggine, dell’opportunismo  e dell’indifferenza. Generazioni che si rifiutano di una identità propria e che calpestano ogni traccia della memoria e della dignità.

Generazioni inette, addormentate, incapaci di cavarsela da soli. Incapaci di osare a creare, a discutere, a formulare un’analisi propria, perché si sono abituati  a fare il copia incolla; a nascondersi dietro le parole e le azioni di altre persone, perché facendolo non richiede nessuna responsabilità.  Perciò sono i burattini con i quali si burla un sistema di dominazione, che ogni volta si fonda sempre più  sulla radice inerte di quelli che dimenticano con facilità, perché vivono fluttuando dentro una  bolla di indifferenza e individualismo. Sigue leyendo

Generazioni sconfitte

Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde

L’America Latina, con i suoi colori, la sua fecondità, i suoi Popoli Originari e i suoi martiri, è una terra di contraddizioni, tra queste le generazioni sconfitte; sistemate all’ombra della sfrontatezza, l’opportunismo e l’indolenza. Generazioni che negano la propria identità e che calpestano ogni traccia di memoria e dignità.

Generazioni inette, intorpidite, incapaci di camminare sulle proprie gambe. Incapaci di trovare il coraggio di creare, contestare, formulare una propria analisi, abituate a copiare e incollare; a nascondersi dietro le parole e azioni di altre persone, perché questo non richiede alcuna responsabilità. Sono quindi marionette delle quali si burla un sistema di dominazione, che sempre più si fonda sulla radice inerte di chi dimentica facilmente, perché vive in una bolla fluttuante di indolenza e individualismo.  Sigue leyendo

Recensione al libro di Ilka Oliva Corado (Edizioni Arcoiris, 2017)

Mis amores, les comparto la reseña de mi libro de Travesía, que realizó David Lifoni, en Peacelink

Recensione al libro di Ilka Oliva Corado (Edizioni Arcoiris, 2017)

Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona

25 luglio 2017 – David Lifodi
Quando Ilka Oliva Corado attraversa la frontiera che separa il Messico dagli Stati uniti non ha nemmeno il tempo per tirare il fiato. La sua è una lotta per la sopravvivenza, per conquistarsi il diritto a vivere in uno stato, gli Usa, che si proclama il più ricco del mondo, ma che si caratterizza per l’esclusione sociale. Nel suo Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona, la giovane donna guatemalteca, che affronta questo viaggio nel 2003, quando ha soltanto 24 anni, è testimone non solo di un cammino irto di pericoli, ma anche del suo essere donna in un contesto di estrema violenza.

Oggi che Ilka vive negli Stati uniti ed è un’ottima giornalista ed autrice di numerosi libri (l’ultimo, Transgredidas, è una raccolta di violenze sulle donne), è riuscita ad elaborare la dolorosa e sofferta esperienza della migrazione, ma c’è voluto del tempo. Nel suo blog, Crónicas de una inquilina, “ci sono capitoli della mia vita in questa catarsi di una migrante indocumentada domestica di professione”. Troppo l’orrore che Ilka Oliva Corado è stata costretta a vivere in prima persona e, al tempo stesso, tante le vite che ha vissuto questa ragazza. Venditrice di gelati nel mercato di Ciudad Peronia, alla periferia di Città del Guatemala, arbitro di calcio, migrante senza documenti nella mani dei coyotes, indomita e ribelle di fronte alle difficoltà del deserto e agli abusi della polizia di frontiera, Ilka nel suo libro non racconta soltanto la sua esperienza di migrante che si deve guardare da vere e proprie battute di caccia della polizia di frontiera, la migra, ma denuncia il sistema che regge la migrazione illegale della frontiera sud degli Stati uniti e la tratta delle persone. Al tempo stesso, l’autrice del libro confessa che per anni, in lei, si è installata la depressione post-frontiera, che l’ha resa una persona malinconica al solo pensare alle migliaia di desaparecidos del deserto, coloro che non ce l’hanno fatta e sono morti di fame, di sete, di stanchezza, oppure sono stati finiti dalla polizia di frontiera o dalle bande criminali.

Il suo viaggio verso gli Stati uniti parte dal suo paese natale, il Guatemala, terra bellissima e straziata da uno dei conflitti armati più lunghi nella storia dell’America latina, dove i maya, oggi come ieri, sono considerati alla stregua degli animali. Ed è proprio così che si sente Ilka quando, dopo essere scesa all’aeroporto di Città del Messico ed aver incontrato la prima di una lunga serie di coyotes che, a seguito di un altro trasferimento aereo la conduce alle porte del deserto, deve fare i conti con la migra ed il razzismo radicato dei suoi agenti. Nel deserto di Sonora-Arizona il valore della vita perde valore. Ognuno pensa solo a se stesso, lo ribadisce più volte sia il coyote che guida il gruppo di Ilka nell’attraversamento del deserto sia quello che la conduce a destinazione nell’Illinois: “Ti consegneremo, ma se qualcosa va male ti uccidiamo”, viene avvertita la donna con una pistola puntata alla tempia. Lo stesso attraversamento della frontiera rappresenta, in un certo senso, un sistema di esclusione naturale, come racconta Ilka descrivendo l’attraversamento del confine: “Centinaia di migranti iniziarono a saltare le recinzioni di filo spinato nel tentativo di arrivare dall’altra parte senza essere intercettati dalle pattuglie di frontiera… la disorganizzazione totale, l’angoscia e la paura trasformarono quei fili spinati in armi bianche che si riempivano di sangue fresco: rimanevano impigliati pezzi di carne, pelle e capelli”.

Anfibia nel deserto, tra cactus che conficcano le spine nella pelle e dirupi, Ilka e i suoi compagni di viaggio cercano di fuggire dalla polizia di frontiera, un’orda di agenti fanatici e razzisti che accusa i migranti di rubare il lavoro ai cittadini statunitensi e al tempo stesso urla loro di avere le spalle coperte nel caso in cui decidano di ammazzare i “rifiuti latinoamericani” che intendano entrare nel loro paese. E poi la caccia vera e propria agli indocumentados, con mazze da baseball, pistole, vetture accalappiacani, aerei ed elicotteri. Ilka, da ex arbitro di calcio, riesce a giocare la sua partita: fermarsi significa soccombere. È la sua determinazione che le permette di salvarsi e, come ha scritto Alessandra Riccio nella post-fazione, “di questa sua condizione di indocumentada Ilka ne fa un vanto. Vivere la condizione di: clandestina, latina, bisessuale, povera, le ha dato una consapevolezza della sua appartenenza ad una parte dell’umanità  che rifiuta il modello di vita imperante  al quale non intende adattarsi e che, anzi, combatte in nome di un altro mondo possibile”.

“Libertà di movimento, libertà senza confini” è ciò che era scritto su un enorme striscione che, nel luglio 2001, apriva le giornate di contestazione al G8 di Genova. Ancora oggi migrare è considerato un reato, nella fortezza Europa come in quegli Stati uniti che pure non andrebbero avanti per molto senza la presenza dei latinos indocumentados. Ilka è una sopravvissuta alla frontiera con buona pace di tutti coloro che intendono innalzare nuovi muri.

Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona

di Ilka Oliva Corado

Edizioni Arcoiris, 2017

Pagg. 86 

€ 10

 

Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona

Mis amores, les comparto esta reseña en italiano acerca de mi libro de Travesía. Agradezco a David Lifodi por haberla escrito.


Recensione al libro di Ilka Oliva Corado (Edizioni Arcoiris, 2017)

di David Lifodi, La Bottega del Barbieri

Conosco Ilka Oliva Corado per i suoi articoli di analisi politica e sociale su Alainet. Quando parla del suo paese, il Guatemala, o della realtà latinoamericana, è un fiume in piena. Ilka è stata una indocumentada che adesso vive negli Stati uniti dopo un viaggio compiuto nel 2003 al limite della sopravvivenza. Ha impiegato del tempo per trovare il coraggio non tanto di raccontare, quanto di rivivere, la sua odissea caratterizzata dall’attraversamento del deserto di Sonora-Arizona, braccata dalla migra, la polizia di frontiera statunitense, che l’ha definita “rifiuto latinoamericano”. Glielo hanno urlato in faccia, più volte, a lei e alle migliaia di indocumentados che in quel momento stavano cercando di lasciarsi alle spalle i problemi per i quali fuggivano dai paesi di origine. Ilka Oliva Corado è una delle fortunate che ce l’hanno fatta e adesso, in qualità di giornalista, ha potuto raccontare il suo viaggio dal Guatemala agli Stati uniti nel suo libro Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona. Sigue leyendo

Traffico e abusi sui migranti indocumentati in transito

Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde

Già di per sé l’incubo di migrare senza documenti è terribile manca solo aggiungerci l’essere vittima di tratta per lo sfruttamento sessuale, lavorativo, e traffico di organi; di uomini, donne e bambini, essendo donne e bambini i maggiormente vulnerabili. Senza dimenticare di menzionare la comunità LGBTI che oltre ad essere discriminata soffre un maggiore abuso dovuto all’omofobia e al patriarcato.

Quella indocumentata è una popolazione esposta costantemente a ogni tipo di abuso, sia delle mafie così come delle autorità governative dei paesi di origine, transito, destinazione e ritorno. Un migrante in transito vive una situazione delicata dovuta allo status sociale che lo espone ai pericoli e abusi derivanti dalla sua condizione di indocumentato.  Sigue leyendo

Traffico e abuso sui migranti indocumentati in transito

Tradotto da Monica Monicardi

Già di per sé l’incubo di migrare senza documenti è terribile, ci manca solo essere vittima del traffico per sfruttamento sessuale, lavorativo e traffico di organi; di uomini, donne e bambini, soprattutto le donne e i bambini sono i più vulnerabili. Senza dimenticare di citare la comunità LGBTI che oltre ad essere discriminata soffre un abuso maggiore causato dalla omofobia e dal patriarcato.

Quella indocumentata è una popolazione esposta costantemente ad ogni tipo di abuso, tanto dalla mafia quanto dalle autorità governative dei paesi di origine, di transito, di destino e di rimpatrio. Un migrante in transito vive in situazione delicata causata dallo stato sociale che lo espone davanti ai pericoli e agli abusi per le sue condizioni di indocumentato. Sigue leyendo

Parliamo di patriarcato

Tradotto da Monica Monicardi

Il patriarcato dovrebbe essere un tema di conversazione, come quando parliamo di football, di musica, di letteratura, di arte, di film…

Si dovrebbe parlare del patriarcato e delle sue  conseguenze, nella scuola, nell’università, nelle riunioni sociali, ovunque e a tutte le ore.

Perché? Perché è il nostro nemico da battere, e non è un argomento che riguarda solamente le femministe, non bisogna essere femministe per parlare di patriarcato; il patriarcato ci reca danno a tutti, ad alcuni più di altri, perché non uccidono un uomo per il suo genere, la donna sì. Sigue leyendo

Parliamo del patriarcato

Tradotto da Fabrizio Verde, L’antidiplomatico 

Il patriarcato dovrebbe essere un argomento di conversazione, come quando parliamo di calcio, musica, letteratura, arte, cinema…

Si dovrebbe parlare del patriarcato e delle sue conseguenze, a scuola, all’università, durante gli incontri sociali, ovunque e in ogni momento.

Perché? Perché è il nostro nemico da sconfiggere, e non si tratta di una tematica che coinvolge solo le femministe, non devi essere femminista per parlare di patriarcato; il patriarcato ci danneggia tutti, può colpire qualcuno più di altri, perché un uomo non lo uccidono per il suo genere, le donne sì.  Sigue leyendo

Lettera aperta a Cristina Kirchner

Tradotto da Monica Monicardi

Il giorno che eri ad Arsenal, mentre parlavi alla folla, io guidavo per le strade di  Chicago, ero al lavoro e la mia datrice di lavoro mi aveva mandato a fare una commissione, ho messo gli auricolari al telefono cellulare e ascoltai  tramite Facebook la tua rivendicazione politica; mi sono dovuta fermare nella corsia di emergenza quando hai presentato il giovane boliviano che lavora tagliando le verdure; ho pianto come una bambina, ho sentito che con lui nominavi tutti i braccianti di tutti i tempi. Nel suo sguardo di immigrante si rifletteva la nostalgia di migliaia, anche la mia. Solo noi immigrati sappiamo quello che si vive in casa straniera. E non ti dico degli indocumentati, sono 14 anni che vivo senza documenti negli Stati Uniti e facendo mille mestieri. Quello che mi ha commosso è vederti insieme a lui, da pari a pari, presentandolo come essere umano, come entità di cambiamento, e tu lì con un progetto di governo e di società che tratti tutti in modo uguale con gli stessi diritti e opportunità di sviluppo, quello fu un atto di conseguenza politica e umana. Sigue leyendo

Aver liberato Leopoldo López è un grave errore

Tradotto da Fabrizio Verde, L’antidiplomatico 

Una cosa sono gli appelli alla pace, al dialogo che cerca la pace, altra cosa è liberare l’autore intellettuale delle guarimbas del 2014 in Venezuela, volte a creare il caos necessario per un colpo di Stato. Guarimbas che sono costate la vita di 43 persone. Averlo fatto è stato un grave errore del governo venezuelano, non si deve mai negoziare con il nemico. Il tipo si era già salvato dal carcere nel 2002, per l’assalto contro l’ambasciata di Cuba, non si tratta di un soggetto docile.  Sigue leyendo

Essere giornalisti al tempo dei governi neoliberisti

Tradotto da Fabrizio Verde, L’antidiplomatico 

Enorme è la repressione dei governi neoliberisti in America Latina, un sistema di comando costruito nel periodo post-dittatura nella regione. Minacce, torture, sparizioni e omicidi che restano impuniti. L’unico obiettivo è mettere a tacere la voce di chi ha il coraggio di esprimere la propria opinione, risvegliando così le menti delle masse assopite. Questo è lo spauracchio di Stati falliti e corrotti; il risveglio delle masse e in questo il ruolo del giornalismo con coscienza sociale è di vitale importanza. Perché se le masse risvegliano, cambia il sistema.

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Cristina e la sua testardaggine da mulo

Tradotto da Monica Monicardi

Modestia a parte, Cristina oltre ad essere donna è un mulo e forte, (come dicono gli argentini) molte vorrebbero essere dei muli come lei. Nel mio paese, che rimane ad oriente del Guatemala e che confina con El Salvador, arido come è soltanto lui, in quei colli è comune che uno  quando si riferisce ad una donna dica mulo o puledra, nessuno si offende, perché non lo si dice per offendere, è un complimento e una affermazione. Sono onori che solo noi gente del popolo gradiamo. Ma è chiaro che uno deve vivere con gli animali (che sono la nostra famiglia) per comprendere il contesto, nessuno della capitale lo capirebbe. Perché nessuno che abbia vissuto con loro conosce la loro natura. Noi donne in sostanza siamo molto simili ai muli.

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Lettera aperta a Cristina Fernández de Kirchner

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella (Pressenza)

Il giorno in cui eri ad Arsenal, mentre parlavi alle folle, io guidavo per le strade di Chicago, ero al lavoro e il mio datore di lavoro mi aveva mandato a fare una commissione. Ho messo gli auricolari al telefono cellulare e ho ascoltato via Facebook la tua rivendicazione politica: ho dovuto fermarmi nella corsia di emergenza quando hai presentato il giovane boliviano che lavora tagliando verdure. Ho pianto come una bambina, ho sentito che insieme a lui nominavi ogni lavoratore di ogni tempo. Nel suo sguardo di immigrante si rifletteva la nostalgia di migliaia, anche la mia. Solo noi immigrati sappiamo cosa vuol dire vivere in casa straniera. E non ti dico di quelli senza documenti. Vivo da 14 anni negli Stati Uniti senza documenti, facendo mille mestieri. Quello che mi ha commosso è stato vederti insieme a lui, da pari a pari, mentre lo presentavi come essere umano, come entità di cambiamento, e tu lì con un progetto di governo e di società che tratti ognuno da uguale, con gli stessi diritti e le stesse opportunità di sviluppo. Quello è stato un atto dalle conseguenze politiche e umane.

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Paria

Tradotto da Monica Monicardi

Ricordo che da bambina dopo aver venduto gelati al mercato nel fine settimana, ritornavo a casa puntualmente alle due del pomeriggio, (fra la settimana alle 12,30 perché all’una andavo a studiare) e andavo per  strada con i miei amici,  ciascuno con  dei sacchi in mano, a raccogliere l’immondizia di casa in casa  per buttarla nel burrone, ci pagavano 25 centesimi per sacco.

Con il frigo portatile sulla spalla correvo dietro agli autobus supplicando alle guide che mi lasciassero salire, per vendere i mie gelati, con un salto salivo e scendevo perché non fermavano mai   l’autobus completamente.

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Liquidare il Venezuela perché morto il cane è rimasta la rabbia

Tradotto da Monica Monicardi

Siamo ad un passo dall’invasione del Venezuela da parte degli Stati Uniti e dal suo branco. La prima cosa è aprire lo spazio terrestre, marittimo e aereo saranno il Brasile, la Colombia e l’Argentina, i loro governanti sono già pronti. Qualcuno ha creduto al racconto di La Paz di Juan Manuel Santos? L’Iran con i suo autoblindati ossidati che inviano bazooka ai loro fratelli: di sangue, di latte, di cuore e di patria.

La guerra dei media è enorme, una quantità di informazioni distorte che sono state create a rafforzare la manipolazione di quelli che sono a favore. Perché uno nella vita è carne o pesce, non possono esistere mezzi termini quando si tratta di difendere la sovranità dei popoli. Nel caso del Venezuela o si sta con lei o si sta con il nemico, non si può essere imparziali e rimanere in silenzio perché facendolo si nasconde lo sterminio della Memoria Storica, la dignità e la identità dei popoli: la loro decisione democratica presa.

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