Tatoj

Tradotto da Monica Monicardi

L’ultima volta che lo vidi mi disse il mio Tatoj: “ io morirò”, fredda e diretta come è nella mia natura, gli risposi presa dal dolore: “Tatoj non ti confondere, tutti moriremo”. Dopo quasi un mese da questa conversazione morì il mio Tatoj, la notizia ci prese distanti, nella dispersione, a mille chilometri dal Guatemala, appena cinque giorni fa.

Sono la figlia che dall’adolescenza lo ha abbracciato e accarezzato di meno, sono la figlia più ferita, l’unica impetuosa. Tuttavia fra i suoi 4 figli sono quella che ha più goduto di lui nei miei primi anni dell’infanzia; questa relazione ha dato radici profonde e forti alla mia vita.

Mio padre non ho bisogno di vederlo in una fotografia, basta che mi veda allo specchio e fisicamente sono identica a lui. Ho i suoi gesti, la forma dei suoi occhi, le sue labbra, le sue sopracciglia, il suo colore della pelle, e le sue gambe robuste. Sorrido come lui. Ho ereditato da lui l’amore per lo sport e le attività all’aria libera, l’amore per la terra e per la montagna. Anche la poesia e la mia affinità con l’arte appartengono a lui. Ho il privilegio di aver ereditato persino la pazzia. Cosa desidero di più? Niente.

A mio padre gli celebro la vita, poiché visse e visse con tanto desiderio. Non mi vesto di nero perché non credo in queste cose, nemmeno nelle preghiere ne accendere ceri bianchi per il riposo della sua anima. Non mi sento in colpa se non copro di fiori la sua tomba, se è morto a quale scopo, non li vedrà mai. Sono quella che pensa che è ancora in vita, per il resto è solo ipocrisia o colpa. Inoltre penso che non ci sia niente nell’aldilà, ne in cielo ne all’inferno; che tutto è qui in vita, che la morte è un sogno profondo dal quale, non ci si può più risvegliare, è un riposo eterno.

Due cose mi hanno cambiato la vita per sempre: una fu conoscere la miseria nella quale sono nata e sono nati i miei genitori, questa crudeltà di lavorare sodo e i sogni nei campi del cotone quando eravamo piccoli, l’altra fu conoscere la terra dove nacque il mio Nanoj e nacqui io. Quella povertà che secca l’anima a chiunque, mi ferì nella vita.

Sapendo che mio padre i primi anni della sua vita li trascorse dormendo nelle strade insieme ai suoi fratelli, poiché i suoi genitori si erano separati e mia nonna li lasciò con mio nonno alcolista (poeta naturale) che dormiva nelle cantine del popolo. Un paria logorato dal lavoro giornaliero duro, e anche sopravvissuto nella miseria e nell’esclusione, da un padre che non volle riconoscere dato che nacque fuori dal matrimonio. E crebbe con disaffezione dai suoi fratelli, una famiglia accomodata di buone risorse nel paese.

E lì nella strada sotto il carro dei buoi rimanevano a dormire i suoi figli i quali li caricava tutto il giorno mentre lui addomesticava le bestie, dato che era il suo lavoro oltre a   tagliare foglie di tabacco nei terreni. Raccontano che mio nonno paterno faceva poemi ai fiori, ai fiumi, agli alberi, li memorizzava perché non poteva leggere e ne scrivere. Il primo e l’unico poema che mi ricordo me lo ha insegnato mio papà quando ero in quarta elementare, sono versi che rappresentano il cammino reale del suo paese natale.

I miei nonni erano analfabeti. I miei zii e i miei genitori che non arrivarono nemmeno alla terza elementare dato che studiare era un lusso al quale loro non potevano permettersi, iniziarono a lavorare in tenera età per aiutare la crescita dei fratelli più piccoli, allo stesso modo quello che è capitato a mia sorella maggiore e a me.

La povertà che abbiamo vissuto era un lusso paragonata alla miseria e alla carestia con i quali sono cresciuti i miei genitori e i miei zii. La mia infanzia di lavoro e ristrettezza e conoscere le mie radici attraverso la vita dei miei genitori e dei miei nonni, già da piccola, mi hanno fatto vedere la vita in un modo diverso: senza filtro, a bruciapelo, in carne viva. Dal risveglio alla realtà io mi sono ripromessa di condurre la mia vita con la dignità della mia eredità ancestrale, che tutto quello che avrei fatto e dove fossi andata lo avrei fatto per onorare l’infanzia dei miei genitori, dei miei nonni e bisnonni. Anche per comprendere la mia realtà ho deciso di non avere figli affinché la nostra storia non si ripetesse come la loro.

Dagli 8 anni ai 23 (età in cui sono emigrata) ho pochi ricordi con mio padre poiché cominciò a lavorare guidando i rimorchi e lo vedevamo una o due volte al mese, per cambiare la roba e se ne andava. Quello che mi tiene vicino a lui, al suo odore della pelle, ai suoi abbracci è la mia prima infanzia. Quando se ne andava mi mancava molto perché ero sempre appiccicata a lui, mi mettevo le sue camicie a quadri, e questo mi faceva sentire vicino a lui. Passarono gli anni e arrivarono i dolori, conoscere che mio padre anche lui era umano e uomo e che aveva difetti, il mio modo di vederlo e sentirlo cambiò per sempre. Imparai ad amarlo in un altro modo.

Ho ricordi quando giocavo a pallone con lui, facendo barili insieme, andando a tagliare la legna, andando insieme al mercato La Terminal. E grazia a questa prima infanzia mangio ananas tutti i giorni, per rispetto e gratitudine a mio padre, dato che quando andavamo mangiavamo ananas vicino alla vendita di papaya e cocomero: un rituale che fu solo nostro. Per le sopracciglia che ho ereditato da lui non le depilo, vederle identiche alle sue mi rallegra la vita ed è un modo per tenerlo vicino.

Un ricordo che mantengo vivo fu una volta che mi Tatoj era senza lavoro e lo chiamarono per caricare una cassa di libri a una casa editrice, io avevo più o meno sette anni e lo accompagnai, quell’uomo sudava caricando e mettendo le casse nel camion, quando finì gli chiesero se voleva essere pagato o se voleva una cassa di libri. Mio papà che fece fino alla seconda elementare e che non aveva nozioni di cosa fossero i libri, preferì la cassa di libri, che risultò essere la collezione completa di Josè Milla e Vidaurre. Arrivammo a casa con la cassa e senza soldi, mangiammo tortillas con sale, ma mio padre aveva i libri per le sue figlie. In quel periodo eravamo soltanto io e mia sorella maggiore. Nell’istante in cui mio padre cambiò i soldi con i libri, nonostante avessimo la necessità di mangiare, mi cambiò la vita, me la segnata per sempre, lui non lo ha mai saputo e nemmeno io in quel momento, lo capii con gli anni. Cosa ha più bisogno una figlia da un padre? Niente, niente di più.

Io non ho mai visto i miei genitori per come sono, li vedo come fratelli, nemmeno fratelli maggiori, dato che per resistere alla vita decisero di mantenere l’età mentale dell’adolescenza ed è qualcosa che comprendo molto bene e che non discuto perché chiunque affronta la vita come può. Da questa fortuna sono cresciuti e hanno cresciuto anche noi, lanciandoci nella vita già in tenera età come si lancia una pietra nel vuoto di un dirupo; ci hanno dimostrato sufficiente amore, e dandoci la libertà di decidere, di fare e la forza irremovibile dei paria.

I ricordi più intimi che ho con mio padre li porto con me fino alla morte, sono suoi e miei.

Il mio Tatoj sta già riposando, ha vissuto la vita come ha potuto e come ha voluto tra le carenze emozionali ed economiche, nello stesso modo in cui io sto cercando di vivere la mia. Radice profonda della mia vita, mi lascia l’onore e la dignità di tenere alta la testa di non aver paura delle avversità e prenderle di petto. Sono grata per il significato che ha famiglia con la quale noi siamo cresciuti e per la instabilità emozionale ed economica che alla fine ci ha dato la forza per affrontare quello che ci aspetta fuori, questo nessuna università lo da, questo si apprende con l’eredità dei nostri cari.

Il mio Tatoj lo onoro con la mia vita, con il mio impegno di tutti i giorni, non c’è di più, è questo o niente. Sono orgogliosa di essere la figlia di due paria contadini che hanno sfidato le avversità formando una famiglia con la quale riempirono di speranza la sventura della miseria.

Alla salute del mio Tatoj, che dove è adesso, di sicuro starà andando fiero con il suo cavallo dalle zampe bianche! Un giorno lo raggiungerò.

Questo testo può essere condiviso in qualsiasi blog o social network citanto la fonte di informazione URL: https://cronicasdeunainquilina.com/2017/02/28/tatoj-4/

Ilka Oliva Corado. @ilkaolivacorado contacto@cronicasdeunainquilina.com

Responder

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Cerrar sesión / Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Cerrar sesión / Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Cerrar sesión / Cambiar )

Google+ photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google+. Cerrar sesión / Cambiar )

Conectando a %s