Tradotto da Monica Manicardi
Rufina prende del cibo e lo getta nella mangiatoia per uccelli, poi riempie il contenitore d’acqua e li appende di nuovo all’albero. Anatre selvatiche, scoiattoli e occasionalmente lepri che lei chiama coniglietti selvatici si nutrono da lì, tutti ammassati ai piedi dell’albero per godersi il cibo che cade dal ramo. Per inerzia alla fine della primavera vuole sempre seminare mais, fagioli e maicillo. La zucca e il frutto güisquil si impigliano nello stesso albero e crescono in puro vizio, come i fiori a campana e le bouganville si inerpicano nell’albero del jocote e nel matasano nella casa dei loro nonni a San Ixtán, Jalpatagua.
Quell’albero, che è una specie di pino usato per il Natale negli Stati Uniti, per giorni sembra cipresso e quando la nostalgia si avvolge nelle persiane delle finestre in autunno, tra i rami della terra dove ha lasciato l’ombelico appaiono muschio bianco e orchidee. Rufina poi prepara la bevanda di atol de mosh e compra pane francese, per preparare passo dopo passo il rituale che compie solo nei giorni in cui il tempo ammorbidisce il ferro fuso che protegge la sua anima, per riunirsi con le mani scure della ragazza che era.
Assorta, le ammira, le accarezza e le bacia. Mani che creano, che giocano, che lavorano, che sognano, che filtrano, mani che sono emigrate per continuare a sopravvivere. Poi Rufina, rozza e sgraziata come le generazioni di donne che l’hanno preceduta nel suo albero genealogico, inizia poco a poco a togliere i sette lucchetti dalla porta e lentamente sbircia nella luce irradiata dalle mani scure della bambina che vive nel suo spirito.
Emozionata dall’apparizione, inizia a raccontarle storie, le legge libri, le compra acquerelli, le cucina il suo cibo preferito, le pettina i capelli, le insegna a lucidare le scarpe e a incontrare i libri. La bagna con sapone per auto, le rimuove ciò che è stato danneggiato con una spugna naturale e alla fine la profuma con acqua della Florida. La bambina dalle mani scure sa già come fare le tortillas, riparare i calzini e sa fare l’orlo della divisa, spaccare legna, mungere le mucche, fare formaggio, panna e burro. Seccare la carne, lavorare l’argilla, incastrare le tegole del tetto, castrare i maiali e macellare i polli per il brodo. Aiuta sua nonna a realizzare i comales, i vasi e le brocche di argilla che vanno a vendere nei fine settimana a Comapa.
In estate, con il canto delle cicale e la luce delle lucciole, la bambina riappare prima dell’alba, con il ricordo del canto dei galli, il suo orologio biologico è in sintonia con il periodo in cui i prati fioriscono e i mozotes, erba che si attacca alle maniche dei vestiti e ai pantaloni durante il periodo della zucca in rapadura( o dolce panela) del atol shuco e máiz salpor. Quando Rufina ricorda la bambina le ha già servito il caffè, addolcito con rapadura canche, Rufina lo prende così, si vergogna a dirle che beve caffè senza zucchero da anni, è che se glielo dice la bambina le dirà che ha già imparato i trucchi di quel paese e che è anche capace di digiuno intermittente e che vuole perdere peso per camminare come un cadavere.
Rufina, ha iniziato a pregare che la ragazza non apra la porta del frigorifero e non trovi i succhi verdi. E spera che non abbia aperto gli armadietti perché dirà a tutti, al villaggio, che Rufina si è abituata agli usi di quel paese perché ora compra multi-vitaminici e integratori con collagene. Rufina inizia a sudare solo immaginandosi e salta giù dal letto, la bambina le aveva tostato le tortillas da versare nel caffè.
Certo, è la sua versione più giovane, è la versione della sua infanzia, ovviamente tosterà tortillas da versare nel caffè e gli passa una banana da mettere dentro, ovviamente ha addolcito il caffè con rapadura. Rufina la ringrazia immensamente per la delicatezza di prepararle la colazione, la bambina si scusa per non aver servito il latte vaccino con tortillas tostate e fagioli, ma in quella casa non c’è latte e tanto meno fagioli. Rufina vuole spiegare che i fagioli le danno gas e che il latte la infiamma, ma è meglio chiudere il becco prima che l’altra la prenda a legnate e la trascini per i capelli per tutta la casa.
Questa bambina dolce, ribelle, balbettante e trasandata è il midollo spinale della donna che è oggi. Rufina la abbraccia, vuole proteggerla e le dice che ha fatto bene a giocare a palla, ad arrampicarsi sugli alberi, a far girare le trottole, a giocare con lo yo-yo, a cavalcare a pelo, a indossare pantaloni di tela e una camicia a quadri come sua nonna. Che non deve per forza amare i vestiti e che se da grande non vuole truccarsi, non dovrebbe farlo. Che se non vuole sposarsi, non dovrebbe sposarsi, e se non vuole avere figli, non dovrebbe averli. Che lei è la padrona assoluta della sua sessualità e del suo corpo, che solo lei decide. Ripete che la ammira perché non ha mai creduto che i frutti appassiscono se una donna si arrampica sugli alberi. Che è affascinata dalla sua tenacia e dall’indomabilità del suo carattere, dalla sciocchezza e dai suoi capelli abbondanti e spettinati, dalla ribellione di avere i capelli sciolti. Osare dare la sua opinione, chiedere, non restare con il dubbio, il suo istinto selvaggio, tipico della montagna, un mulo indomito.
Con l’alba la bambina è scomparsa, fuori le zanzare iniziano a pungere, Rufina si versa una bevanda ai semi di zucca e sesamo freschi, prende il suo libro e si immerge nelle storie di altri tempi, scritte in altri luoghi, in un’altra cultura, con una lingua diversa, per dedicarsi a lei, migrante dalle mille strade fin dall’infanzia.
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Ilka Oliva-Corado.


