Atol de poleada

Tradotto da Monica Manicardi

Ha iniziato a piovere verso le quattro del pomeriggio e non ha smesso un secondo. Fausta si affida e accende una candela al Signore di Esquipulas e infila i suoi sei figli nel letto con il poncio che ha comprato da un venditore strillone che arriva ogni giovedì da Momostenango, con  federe, lenzuola, poncio e tovaglie tipiche. Arriva sempre con suo figlio adolescente e vanno in giro per la città e i villaggi vendendo i prodotti con il   mecapal  (cintura con due corde alle estremità che serve a portare un carico sulla schiena, mettendo parte della cintura sulla fronte e le corde che sostengono il carico).

Fausta ha dato a loro un posto dove scaldare le tortillas nella brace del comal, che  portavano  in un borsone  indossato  sulla schiena prima di mettersi il mecapal.  Gli dispiaceva vederli con così tanto addosso. Ma il favore è reciproco, è così che la vede Fausta, perché l’aiutano a lanciare sul comal  i pishtones  (tortilla densa). Li vorrebbe sempre con il caffè di mais o la tortilla bollita nel frullatore, la sua pentola di fagioli densi e un quarto di formaggio o ricotta. Si dilettano nel cibo a cui aggiungono sempre il peperoncino che portano negli zaini. Nella stagione calda gli prepara bevande di masa (massa del mais)e quando è ispirata li accoglie con un bicchiere di chicha di mais giallo.

In cambio, l’aiutano a spaccare la legna e ad accatastarla nella parete dietro la cucina. Le regalano semi, mais viola e caffè  del loro raccolto. Fausta gli trova gli acquirenti per i quali mette la faccia poiché si fida di loro, e  sono molto puntuali con i pagamenti. La fiducia è l’unico modo di pagamento, marito e moglie lavorano come camerieri nelle fattorie di Chiquimula e Zacapa e arrivano a Escuinapa una volta ogni tre mesi per un fine settimana e ripartono. Per un po’ di tempo devono guadagnarsi da vivere con quello che possono.

Fausta prepara quesadillas con riso, marchesote (pane), formaggio e ricotta. Compra il latte dallo zio Tibe, del quale  si fida. Con  dolore sacrifica anche i suoi polli, li taglia, li getta nella pana (recipiente di plastica)  e va a venderli  alla gente in poco tempo, anche se a volte li vende sulla sulla fiducia. Li vende più velocemente a pezzi che interi: c’è chi compra due ali, chi le zampe, spesso, c’è chi chiede sempre i colli, perché non ne hanno abbastanza per il petto e nemmeno per le zampe. Nía Margarita, la direttrice della scuola, compra sempre la parte posteriore.

Gli  aiuta a lavare i panni, a  stirare, a pulire la casa e così lei riesce a comprare le cose più urgenti: sale, zucchero, olio, tutto ciò di cui ha bisogno per continuare a vendere le sue quesadillas e marquesotes. Nel tempo  in cui la vendita cala, cammina più lontano e si dirige verso l’uscita del villaggio, sempre con il più piccolo dei suoi bambini di appena quattro mesi sdraiato sulla coperta che  è legata sulla schiena e l’altro di due anni seduto a cavalcioni in  vita.

A Nia Romelia ne lascia due, mentre i due più grandi vanno a scuola. All’ingresso del paese c’è un negozio di grano, dove deve pestare i fagioli, sgusciare il mais e fare mazzi di tusas  (foglie). Le giornate sono difficili quando ha  le mestruazioni, pestare i fagioli è duro e vorrebbe stare sdraiata a letto, ma piega un panno che usa come assorbente, beve una tazza di tè all’origano e senza fermarsi a pensare inizia a camminare.

A seconda della stagione dell’anno, lo è anche il lavoro, per donne e uomini. Ma il lavoro domestico è ancora esclusivamente per le donne, quindi Fausta ha deciso di allevare i suoi sei figli in un modo diverso,  i maschi hanno le mani come e le donne, insegnerà loro a lavare i vestiti da soli, a cucinare, a fare le pulizie, insegnerà loro a fare letortillas e a rispettare le donne, non come suo marito che spende i soldi del lavoro per bere e per di più la  picchia quando è a casa. I suoi figli non saranno così, o gli toglie  il nome!

Piove così forte che sente che il cielo sta per sgretolarsi sul tetto di tegole, i bambini si sveglieranno presto con il tuono, non ha nulla di caldo da prendere e placare lo spavento. Si ricorda che in cucina ha un contenitore con il siero di latte che era avanzato quando faceva il formaggio, lo aveva tenuto per darlo la mattina ai maiali, ma farà la poleada.

Si mette gli stivali di gomma, apre la porta che conduce al patio, si mette sopra un asciugamano e corre in cucina. Porta a bollire il siero, aggiunge qualche pezzetto di cannella, rompe l’impasto, lo lascia cadere e con la paletta inizia a muoverlo. Le fanno  male le ginocchia perché ha  passato la giornata nella boscaglia a cercare olive per fare il sapone. La cucina inizia ad impregnarsi dell’aroma dell’atol de poleada, tipico di Comapa e dei suoi villaggi.

Aggiunge zucchero e qualche granello di sale, una ricetta di mamma Bartola, la sua bisnonna, che diceva che le era stato insegnato da mamma Toribia, la sua bisnonna, la quale  raccontava al momento della preghiera, che con ciò ingannavano la fame sulle colline, dove di notte, l’unico suono  era il canto della civetta quando arrivava e si appoggiava sui rami  del plumajillo (pianta).

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Ilka Oliva-Corado.

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