Il fascino del Che

Tradotto da Monica Manicardi

Gli Stati Uniti sono un paese con una diversità di culture impressionante. Alla fermata di un semaforo, aspettando di attraversare la strada, ci possono essere cinquanta persone e tutte sono di un paese differente e tutte hanno la loro storia, un passato, le loro radici. Anche le numerose religioni e il pensiero politico sono varie. In un incontro mondano, in un ristorante, in un semplice supermercato o in un parco si può incontrare una varietà di culture e idiomi che è impossibile identificare.

E mi sono incontrata con persone che non sapevo della loro esistenza e che mi hanno dovuto indicare nella mappa, e che instaurando una conversazione con me mi domandano del Che, di Allende, di Chàvez e di Fidel. Come se aspettassero che io racconti le storie di questi miti, dando per scontato che li conosca a memoria. E stanno li aspettando come dei bambini che gli racconti la storia.

E io sono lì di fronte a loro, una guatemalteca emigrata, cresciuta nell’epoca della smemoratezza, con poco da raccontare perché so molto poco e uno non si aggiorna con tre letture di tutto quello che le hanno nascosto in   tutta la vita, in un sistema precedentemente strutturato per la riuscita dell’ignoranza collettiva. E lo domandano con lo stupore dovuto alla portata internazionale di queste figure. E uno si sente piccolino, quasi una nullità, davanti a questa enorme responsabilità.

E succede qualcosa di molto curioso, la gente da per scontato che se uno è dell’America Latina deve sapere da cima a fondo la storia del continente (dovremmo) allora domandano del Che come se fosse un amico del quartiere, o di Allende come se fossimo dello stesso paese, o di Cuba come se lì fossimo nati nella stessa terra di Fidel. Chàvez, Chàvez! dicono emozionati come se uno fosse cresciuto vendendo dolci con il bambino di Sabaneta de Barinas.

Così parlano del Sudamerica come se si trovasse dietro l’angolo del quartiere dove sono cresciuta. O dicono Messico come se fosse il Brasile, o dicono Panama come se confinasse con il Cile. E con la stessa emozione aspettano che io risponda e gli parli della cultura, della politica e della storia del continente.

Ed è una enorme responsabilità il solo fatto di menzionare il nome di questi miti. Perché l’ho sempre detto, uno può ammirare le persone rivoluzionarie che hanno cambiato la storia del mondo, però non ho mai detto di essere una di loro, perché una cosa è ammirare e un’altra è fare. Qui sta la differenza perché nel mezzo c’è il coraggio e l’integrità per passare dal pensiero all’azione. Siamo ad anni luce dai veri rivoluzionari che riposano nella grandezza dell’immortalità. Non è stato poco quello che hanno sacrificato.

Allora racconto quel poco che so, con la stessa emozione dei bambini che giocano nelle strade del rione. E mi piace poter condividere con altre persone i miti mondiali che ha prodotto la Patria Grande. Come gli racconto del Che li porto in Messico a conoscere le Adelitas, e mentre gli racconto del Fidel, gli racconto la storia di Pancho Villa e di Emiliano Zapata. Juana Azurduy, gli dico, come se fossimo cresciute nello stesso quartiere.

E dipingo color senape e color terra, verde speranza e rosso fuoco, azzurro mare in tempesta e cielo senza nuvole in un giorno d’estate, e vedono il verde montagna di Las Minas e il bianco cotone delle Ande Innevate. La terra rossa di Salamà e il giallo acceso degli ananas di Misiones. E vanno e vendono percorrendo il fiume Magdalena, delle Amazzoni e la sierra Tarahumara il Latinoamerica millenario: con i suoi dolori, la sua cultura, i suoi miti ed i suoi colori.

E gli brillano gli occhi quando gli parlo del Che, e solo vedere le scarpe che indossava il giorno della sua cattura, uno comprende la grandezza immortale di un essere umano che stava molto avanti nell’epoca in cui ha vissuto e che lasciò tutto in cerca della libertà dei popoli, non solo del Latinoamerica, ma del mondo.

E tutto comincia con lui, quando dico che sono latinoamericana, immediatamente lo nominano, il Che è una calamita e dal punto di vista politico a livello internazionale è il biglietto da visita dell’America Latina ferita ma in resistenza. Che , Che Guevara, mi dicono come assettati, come affamati, come aspettando di trovare un’ombra di un albero nel sole bruciante del deserto.

Ed io sono la responsabile, in questo istante di dar loro un bicchiere di acqua, e gli racconto che il Che è nato in Argentina e non a Cuba, rimangono con gli occhi aperti dallo stupore, ma gli dico che è di tutti: che il Che è asiatico, africano, europeo, negro, bianco, perché la sua natura è l’essenza degli esseri umani che amano la terra come amano la vita.

E mi sento privilegiata perché lui mi da l’opportunità di ricordare il suo nome e raccontare la sua storia, a me che in totale ignoranza cerco di conoscere la storia della Patria Grande che lui ha tanto amato. L’America latina si vede diversa dentro e fuori dalle frontiere, stare dall’altra parte, porta sempre con sé una responsabilità che proviene dalla Memoria Storica.

E anche se sembra tutto il contrario, conosco poco, appena tre o quattro anni fa ho cominciato a svegliarmi dalla sonnolenza collettiva, appena sapevo il mio nome,niente più, e continuo a stupirmi tutti i giorni, quando scopro emozionata la radice dell’America Latina ancestrale che i miti hanno onorato.

E noi, semplici mortali, a quando?

Questo testo può essere condiviso in qualsiasi blog o social network citanto la fonte di informazione URL: https://cronicasdeunainquilina.com/2017/11/07/il-fascino-del-che/

Ilka Oliva Corado. @ilkaolivacorado contacto@cronicasdeunainquilina.com

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