Il giorno che ho saputo che non ero povera

Tradotto da Monica Monicardi

Erano i primi giorni degli anni novanta e Ciudad Peronia cominciava a riempirsi di baracche, di gente che arrivava da altri sobborghi e dall’occidente del paese ad occupare il settore che adesso si conosce come El Mirador. Quelli erano boschi, strade di talpetate e un mercato all’aria aperta, un terreno dove i venditori gettano i sacchi e le scatole di cartone perché possano usarle come tavola per vendere la loro merce.

Una fermata di bus con due o tre autobus, una grande pianura al bordo della discarica del burrone del mercato, alla quale con il tempo la convertirono in un campo da football del sobborgo. Ciudad Peronia era il volto vivo della miseria e della dimenticanza. Confinava con il villaggio di La Selva ed il Calvario, più in alto ai piedi delle montagne verdi bottiglia installarono una base militare, soldati nella maggioranza dell’occidente del paese, che parlavano appena spagnolo, bambini giocherelloni cui non avevamo paura. Bambini che con il tempo gli vendevamo i gelati, pupusas di ciccioli, bevande di mais e banane ricoperte di cioccoloto e ci pagavano a fine del mese.

Per quegli anni iniziavamo a vendere gelati nel mercato, nelle scuole, nei villaggi, nel distaccamento ovunque. Appena avevamo di che mangiare, tortilla con sale e zuppa di fagioli tutta la settimana, i fagioli non si toccavano perché si dovevano bollire e aggiungere acqua il giorno seguente.

Nei giorni più fortunati, mio padre arrivava con un po’ di soldi extra ed io andavo con lui a La Terminal a comprare viscere di vacca, il brodo di pollo era la prelibatezza di quegli anni. Ma erano rari, succedeva ogni tanto.

La nostra casa era un involucro quadrato, con una porta di tela che divideva la nostra stanza dalla cucina. In un letto di ferro che aveva un piede corto, dormivamo noi 4 figli della Lila e di Guayo, alle tre del mattino quando ci alzavamo per fare i lavori di casa e a preparare le vendite, i più piccoli avevano già bagnato le lenzuola e la roba di urina. Le porte e le finestre le coprivamo con pezzi di cartone.

Il pavimento era di talpetate dove camminavano capre , galline, anatre, cani e gattonavano anche i più piccoli. Una tavola di pino e una stufa da tavolo di tre fornelli erano tutto quello che avevamo nella cucina. Due o tre vecchie cianfrusaglie. All’esterno un mezzo barile serviva come cucina rustica dove mia madre metteva le tortillas e ci incominciava ad insegnare a cucinare. E quando le tortillas ci venivamo a forma di sandali (diceva la mia Nanoj) le toglieva dalla piastra di terracotta a metà cottura e le tornava a mettere nell’impasto affinché potessimo farla come lei voleva che fosse. Fate le tortillas come la vostra faccia, cioè fatte male( diceva la mia Nanoj).

I piccoli da poco nati sembravano pulcini con la parrucca, bianchi come il latte, noi andavamo al villaggio alle quattro del mattino per comprargli un litro di latte di mucca, recentemente ordinata, solo per loro, e non bastava per tutti.

Un pomeriggio arrivò un pullman con persone che dicevano che arrivavano da parte del governo e che dovevamo andare in una casa nella via Usumacinta a registrarci per darci da mangiare, prodotti di base. Noi, senza avvisare la mia Nanoj, siamo andate in quel luogo e ci siamo inscritte, abbiamo detto quanti membri eravamo in famiglia e del lavoro che faceva mio padre, il cibo lo davano razionato in base ai membri della famiglia e se lavoravano i genitori o solo uno.

Quella sera arrivammo a casa emozionate con una pacchetto di mais giallo, una scatola di prosciutto, una scatola di formaggio giallo e un pacchetto di latte in polvere, quando mia madre ci vide arrivare, ci domandò da dove avevamo preso tutto questo, lo spiegammo con emozione; e mia madre si infuriò tanto che col tipico stile di Jutiapa, prese il manico della scopa e ci gridò: Figlie di una grande puttana, voi non siete povere, non ne avete bisogno, avete un lavoro, c’è gente che veramente ne ha bisogno! Andate subito a restituire il cibo altrimenti vi pesto a sangue!

Senza il tempo di reagire tornammo indietro di corsa e in un batter d’occhio ci siamo trovate nel posto restituendo il cibo. C’erano file e file di persone che da poco occupavano quel posto, sperando di ricevere il cibo.

Quella sera ho saputo che la mancanza nella quale vivevamo non era povertà, era solo carenza, che c’erano persone che vivevano nella miseria, persone che realmente avevano bisogno di quei pacchetti di alimenti.

Io l’ho appreso da bambina, la mia Nanoj me lo ha insegnato con il bastone della scopa in mano, mi ha insegnato a vedere ciò che mi circondava. Non l’ho mai dimenticato.

Questo testo può essere condiviso in qualsiasi blog o social network citanto la fonte di informazione URL: https://cronicasdeunainquilina.com/2017/08/23/il-giorno-che-ho-saputo-che-non-ero-povera/

Ilka Oliva Corado. @ilkaolivacorado contacto@cronicasdeunainquilina.com

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