La cultura della violenza di genere

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella (Pressenza)

Esiste, la vediamo tutti i giorni, è radicata nei modelli genitoriali, nel sistema patriarcale, nei fattori socioculturali: la violenza contro le donne è reale e la si accetta pure come qualcosa di naturale, nella nostra società misogina e maschilista. Per la violenza di genere non esistono frontiere territoriali né distinzione di classe sociale, di colore, di credo e di grado di scolarizzazione. E’ impercettibile perché è subdola. Una violenza che si esercita a tutti i livelli, che è illimitata e che non sorprende. Non stupisce, non indigna, non incollerisce. La cultura della violenza di genere ha i suoi cunei negli stereotipi, nelle religioni create per opprimerla, in un’educazione patriarcale, in un sistema che rende la donna invisibile come essere umano e la denigra costantemente, che la abusa nei suoi diritti e la esclude dalla giustizia.

Quella cultura che va dalla negazione dei diritti del lavoro all’uguaglianza sociale, all’aborto, all’educazione, alla salute, al progresso, che ri-vittimizza la vittima, che applaude all’omicida come maschio alfa. Norme stabilite che hanno a che vedere con la doppia morale, con l’ipocrisia, con la paura e con il vivere di apparenze. Ragioni per cui non si denunciano gli abusi emotivi, fisici, sessuali e, di conseguenza, i femminicidi.

E quando una vittima osa denunciare finisce per essere giudicata dalla società che l’accusa di colpevolezza. Per non parlare di un sistema giuridico che la condanna e la disonora accusandola di mentire, lasciando libero l’aggressore, lo stesso aggressore che per vendetta va ad assassinarla con gli orribili e innumerevoli femminicidi che a nessuna società importano.

La cultura dello stupro, anch’essa naturalizzata, che per tutta risposta ci dice: è donna. E’ donna, non succede niente, tanto è solo una donna: un oggetto, un avanzo, una schiava. Quella cultura che va dall’assegnazione di ruoli, colori, che ci dice come dobbiamo pensare, come comportarci, cosa sì e cosa no secondo il nostro genere, e che se non ci adeguiamo alle norme allora quello che ci accade è solo colpa nostra. Anche vivendo in base ai parametri definiti dal patriarcato ci si accusa e colpevolizza. A livello mondiale, esistono leggi che schiavizzano la donna.

La cultura della violenza di genere che ci dice che noi donne siamo il sesso debole, che non possiamo praticare sport assegnati agli uomini, che non possiamo esercitare professioni o mestieri che storicamente sono stati assegnati a uomini; che ci dice che il nostro ruolo nella vita è di essere madri, pulire la casa e curare i nostri figli, soddisfare sessualmente i nostri uomini, vivere per loro. E povera quella che decide di uscire dalle regole e amare un’altra donna! Perché la si denigra, la si colpisce, la si viola e la si assassina. Anche peggio: tanto era solo una lesbica che nemmeno riusciva a essere donna. Caso chiuso da quando il corpo entra all’obitorio.

Quella violenza che sta nella scuola, nella televisione, nella radio, nell’arte, in tutto. In tutto quello che ci circonda.

Il modo in cui i notiziari gestiscono l’informazione in casi di violenza di genere: con pregiudizio, stereotipi e patriarcato. Donne che, per convenienza personale, appoggiano il patriarcato, decidendo così di vivere questa vita in sottomissione e nell’ombra.

Quella cultura che ci nega la realizzazione personale e la vita secondo il nostro libero volere.

C’è molto da dire sulla cultura della violenza di genere da qualunque punto di vista, sulle sue ragioni e le sue conseguenze e su chi ne beneficia. Cos’è che ci permette di reagire di fronte a questa atrocità? Cos’è che ci permette di non denigrarci e di svegliarci in massa ogni volta che si viola una bambina, adolescente o donna, quando la si colpisce e la si assassina? Cos’è che non ci permette di creare la cultura della prevenzione, la ristrutturazione della società e dei modelli? Cos’è che non ci permette di rispettarci, di valorizzarci come esseri umani di uguali diritti? Quanto è profonda la nostra indifferenza che non ci fa dolere e non ci fa infuriare ogni volta che sappiamo di un femminicidio, di una donna aggredita, di un’ingiustizia nei diritti del lavoro, di uno stato che non investe in politiche di sviluppo per le donne? Quando smetteremo di vivere con stereotipi, con religioni misogine e oppressive? Quando cambieremo le norme patriarcali per crescere bambini sani che non violentino in nessuna tappa della loro vita?

Quando ci guarderemo con la certezza di non essere altro che una particella nell’immensità del tempo? E che il nostro passaggio sulla terra è così fugace che metteremo tutto il nostro impegno affinché l’equità e il diritto ad essere e a vivere con libero arbitrio non siano puniti? Quando avremo l’integrità per cambiare la cultura della violenza di genere con quella del rispetto?

Sono molti i modi, gli archetipi in cui tutti esercitiamo la violenza di genere, tanto che molte volte non ci rendiamo conto di ciò che stiamo facendo, perché si tratta di qualcosa che è li impiantato, tanto naturalizzato come l’aria che respiriamo, come il battito cardiaco, il battito di ciglia. Ma la violenza di genere è qualcosa di appreso, pertanto si può cambiare. Certamente abbiamo la capacità di eliminare il patriarcato, il maschilismo, la misoginia e l’indifferenza. La domanda è: quando lo faremo?

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Ilka Oliva Corado. @ilkaolivacorado contacto@cronicasdeunainquilina.com

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